FINE trasforma la detenzione in percorso formativo: realtà virtuale, competenze tecniche e soft skill, simulazioni di lavoro e accompagnamento al reinserimento.
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Il lavoro in carcere è regolato dall’ordinamento penitenziario come parte integrante del trattamento delle persone detenute. La Legge 354/1975 ne definisce le caratteristiche principali, qualificandolo come attività retribuita e non afflittiva (art. 20), in coerenza con il principio della funzione rieducativa della pena sancito dall’art. 27, comma 3, della Costituzione. In questa cornice normativa, il lavoro dovrebbe rappresentare uno strumento capace di favorire l’acquisizione di competenze e di sostenere il percorso di reinserimento sociale al termine della detenzione.
Dal punto di vista empirico, tuttavia, l’accesso al lavoro in carcere risulta ancora limitato. Nel 2024, su un totale di 61.049 detenuti, 20.240 risultano coinvolti in attività lavorative all’interno degli istituti penitenziari. Di questi, 17.096 sono alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, mentre solo 3.144 lavorano per conto di enti o datori di lavoro esterni.
Alla fine del 2025 il quadro complessivo non presenta variazioni sostanziali e, come osserva Andrea Oleandri nel suo articolo “Carcere, il bilancio del 2025 è drammatico” pubblicato su lavialibera: «…E mentre il carcere si riduce a spazio di mera custodia, lavoro, formazione e istruzione restano largamente marginali. Lavora per l’amministrazione penitenziaria circa il 30 per cento delle persone detenute, mentre solo il 3,7 per cento ha un impiego con datori di lavoro esterni…». Il lavoro penitenziario rimane, dunque, prevalentemente circoscritto ad attività interne al sistema carcerario, confermando la persistente difficoltà nel costruire un collegamento stabile e continuativo tra lavoro in carcere e mercato del lavoro libero. A tale criticità quantitativa si affianca un limite di natura qualitativa poiché, le attività lavorative disponibili all’interno degli istituti penitenziari, non sempre risultano coerenti con le competenze richieste all’esterno, rendendo complesso il trasferimento delle abilità acquisite durante la detenzione in opportunità occupazionali concrete una volta scontata la pena. Ne deriva una distanza strutturale tra l’esperienza lavorativa in carcere e il reale reinserimento professionale.
È all’interno di questo divario tra il “dentro” e il “fuori” che si colloca FINE, proponendo una lettura del periodo detentivo come occasione concreta di apprendimento, professionalizzazione e ricostruzione dell’identità personale. Attraverso moduli professionali in realtà virtuale, FINE consente alle persone detenute di sperimentare contesti lavorativi simulati, favorendo lo sviluppo sia di competenze tecniche sia di abilità trasversali, come il rispetto delle consegne, l’attenzione alle misure di sicurezza e la collaborazione in team. Un ruolo centrale è riservato al coinvolgimento delle imprese e degli enti di formazione professionale, con cui FINE intende costruire alleanze strategiche per garantire l’allineamento dei contenuti formativi alle competenze effettivamente richieste dal mercato del lavoro. In questa prospettiva, il collegamento tra percorso detentivo e reinserimento post-pena diventa parte integrante della progettazione educativa.
Ciò che caratterizza in modo distintivo l’approccio di FINE è, infine, la capacità di tradurre questo impianto in un collegamento operativo tra istituzioni penitenziarie e mondo del lavoro. I percorsi immersivi, sviluppati su base scientifica, culminano in una fase di accompagnamento al reinserimento orientata a rendere concretamente spendibili le competenze acquisite. A questo si affianca la preparazione al colloquio di lavoro, attraverso simulazioni immersive e supporto individuale, affinché la transizione verso il mondo esterno non sia lasciata al caso, ma diventi un’opportunità reale e strutturata.
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